Nel tunnel di metà settembre (8)


di Donato Salzarulo

IMPRENDITORI DEL SÉ

Lunedì. Mi sveglia un’infermiera per il prelievo. Cerca la vena. Finalmente la trova. Spinge l’ago. Raccoglie il sangue necessario. Appoggia un po’ di garza e la ferma con un cerotto a nastro, che mi avvolge intorno al braccio. Cerco di riaddormentarmi. «Non mi muovo dal letto finché la signora non mi porta il tè coi frollini», mi dico.
Torna l’infermiera col misuratore di pressione, m’infila il bracciale e fa partire la macchinetta digitale. Intanto mi fa posare l’indice della mano sinistra nel saturimetro. Ripete i gesti col mio compagno di stanza. Si riavvicina a me e registra i miei valori.
«Come va? »
«Bene, non si preoccupi. Pressione: 72-116. Saturazione: 93».
Dopo un po’, ecco ancora l’infermiera. Mi deve fare la puntura d’eparina sulla pancia.
È da sabato che me ne fanno regolarmente una al mattino e un’altra la sera. Poi mi lascia le medicine: il pantaprazolo, la pillola per la pressione, quella betabloccante per il cuore, quella per il potassio. Farmaci: cura e veleno…
Entra la signora col tè. A casa me lo preparo da solo, spremo dentro mezzo limone, lo addolcisco con un cucchiaio di miele e ne bevo due bicchieri. Qui il bicchiere non è quasi mai pieno e niente limone. Per addolcirlo la signora mi lascia due bustine di zucchero formato stick e due confezioni di frollini da tre. Non si può dire che scialo. Comunque, bevo e mangio tutto…
Con quest’azione comincia per me la giornata. Quella successiva è andare in bagno, scaricarmi, lavarmi, darmi qualche spruzzata di profumo e via in camera a vestirsi per poi uscire e andare a comprare i giornali. Qui inutile vestirsi, e i giornali me li ha lasciati ieri sera Giuseppina.
Di solito, il primo che sfoglio è Il Manifesto. La domenica, poi, ha al suo interno Alias e la mia curiosità è moltiplicata.
«Imprenditori del sé, un diktat per la psiche». È il titolo di prima pagina. Si tratta di un’intervista di Francesca Borrelli con Alain Ehrenberg, «la cui notorietà è dovuta soprattutto al più bel saggio sulla depressione che sia stato scritto negli ultimi decenni. Indagata in quanto contraccolpo psichico del nostro stile di vita contemporaneo, questa sofferenza mentale si è diffusa man mano che il mercato del lavoro andava imponendo la necessità di superare i propri limiti, farsi artefici del proprio destino, appellarsi alle proprie risorse di adattamento.»
Tutte le lampadine del cervello si accendono. È uno di quegli argomenti che quasi ogni domenica mattina, passeggiando, discuto col mio amico Ennio, l’unico, per altro, venuto a trovarmi, qui in ospedale.
«La società del disagio», è uno dei titoli di quest’autore. Disagio che vivono soprattutto i nostri figli e i nostri nipoti. Il disagio della libertà, dell’essere autonomi, del dover essere “imprenditori di sé”. Su labbra giovani ed amiche sento spesso affiorare frasi simili: «Io non sono adatto a questa vita». E la depressione, il senso di vuoto, la stanchezza fisica sono dietro l’angolo.
Nell’introduzione all’intervista Borrelli sintetizza il percorso di questo sociologo, il cui libro «La fatica di essere se stessi. Depressione e società» (Einaudi, 2010), si è rivelato fondamentale per comprendere la natura sociale della vera e propria epidemia depressiva, che caratterizza, da alcuni decenni, le nostre società turbo-capitalistiche.
Attualmente l’autore sta finendo di scrivere una storia della psicopatologia. Il periodo più importante è quello che va dal dopoguerra ad oggi.
«Da allora, mi sembra ci siano stati due momenti: negli anni Settanta, con il cambiamento dei costumi, con i movimenti di liberazione, e con la rivoluzione sessuale, l’aspirazione massima era il raggiungimento dell’autonomia personale, ovvero essere liberi di scegliere, in nome della proprietà di sé e della capacità di agire in proprio. Si realizzava così una svolta tutta personale nell’individualismo moderno.»
Questa fase storica corrisponde all’esperienza che ho vissuto. C’erano molti divieti, impliciti o espliciti, io dovevo cercare il mio orizzonte d’autonomia, capire ciò che potevo realmente permettermi e provare a conquistare livelli sempre più ampi.
«Nei due decenni successivi, l’autonomia è diventata invece una condizione comune, era il requisito richiesto per l’azione. Da aspirazione diventava norma. L’epicentro di questa trasformazione è, ovviamente, il mondo del lavoro, che oggi enfatizza la soggettività e tutto ciò che ha a che fare con il comportamento individuale, creando preoccupanti tensioni sociali che si esprimono in relativi problemi di salute mentale. Benché molto sia cambiato negli ultimi venticinque anni con l’avvento di Internet e ciò che si è portata dietro, direi che siamo ancora in un tipo di società impregnata da questi ideali, dove la domanda che soggiace alla sofferenza psichica non è più cosa mi è permesso fare, come ai tempi della nevrosi freudiana, bensì: sarò in grado di farlo?»
Sostanzialmente, mentre l’imperativo della mia esperienza era quello di desiderare l’autonomia in tutti i vari aspetti, per allargare il campo di ciò che mi potevo permettere; l’esperienza dei nipoti, ad esempio, siccome per loro l’autonomia è diventata norma o culto, è quella di chiedersi continuamente se riusciranno a fare ciò che avranno di fronte come compito sociale: riuscirò? Sarò all’altezza?…
Se soltanto nutrono qualche dubbio sulla possibilità di riuscire, ecco la tristezza farsi strada nella loro vita interiore, ecco l’astenia (la fatica, la stanchezza), l’inibizione, l’ansia, la difficoltà a cominciare l’azione, a volte, fino alla paralisi depressiva.
L’individuo non è il sovrano, non è l’arbitro finale del proprio destino, non è distaccato dalle sue relazioni, vive in gruppo.
«Ciò che rende peculiare una società a fronte di un’altra sono le idee condivise, i comuni ideali sociali, le rappresentazioni collettive, in altre parole l’intreccio di idee, valori e norme che permeano i nostri modi di vivere e di agire».
L’interrogativo relativo al ruolo e al destino dell’individuo è comune a tutte le società. Solo nella nostra l’individuo è un valore. Ma Erhenberg si rifiuta di pensarlo come una monade senza porte e finestre come fanno le neuroscienze cognitive oppure, riducendolo al cervello, come fa Damasio.
La prima è una prospettiva “sostanzialista”, la seconda “metafisica”.
«Non esiste una sostanza nell’individuo che possa essere liberata dal tutto, ovvero dalla sua vita sociale. L’individuo è totalmente impregnato di vita sociale, e questo non significa che tutti siamo uguali. Ciò che è collettivo non corrisponde alla somma dei molti, le società, secondo Durkheim, sono fatte dalle idee comuni. Quindi, messa da parte la prospettiva metafisica, non vedo alcuna sostanza del soggetto al di fuori di questa. Filosoficamente, non ha senso. Quanto alle psicoterapie, esse dovrebbero cercare la sostanza della sofferenza che colpisce ciascun individuo, sì; ma questo lavoro si situa all’interno di una cornice sociale. Le nostre società si trovano di fronte a problemi di coesione che dipendono dalla perdita di efficacia dei sistemi di protezione e di lotta contro le disuguaglianze, che si sono instaurate nel XX secolo.»
La lezione mi sembra chiara. Dobbiamo aiutare i tanti giovani che soffrono accanto a noi, spesso tra le pareti della stessa casa, dobbiamo aiutarli a capire che, se l’autonomia, diventata prescrittiva, può produrre sicuramente disagio, è necessaria perciò un’altra autonomia, quella che mette in discussione gli imperativi sociali, riattivando momenti collettivi di lotta.
Mentre leggevo e sottolineavo un’intervista così importante, è arrivata la dottoressa.
Il giornale era aperto sul letto ed io seduto sulla sedia, vicino al monitor e all’ossigeno.
«La vedo affaccendata… Non si preoccupi… Stia, stia così… Non si alzi.»
Ha appoggiato lo stetoscopio sul petto e poi dietro le spalle. Mi ha detto che andava bene, mi ha salutato e se n’è andata. Io, comunque, mi sono alzato. Ho fatto due giri nel corridoio fino al soggiorno, poi sono tornato in camera, ho spostato la sedia verso il tavolo e mi sono messo al computer.
Ho ripreso il mio lavoro sull’articolo e ho scritto una mezza pagina. Ero lì tutto concentrato a battere lettere sulla tastiera e a rileggere sullo schermo il formarsi delle frasi, quando arriva la dottoressa alta, con pantalone e blusa verde da specialista, simpatica e sempre attenta “a presidiare il ruolo” (detto sempre con linguaggio da dirigente scolastico).
Quale sia il suo ruolo non so. Una specialista è gerarchicamente superiore a una specializzanda. Ma lei mi sembra anche superiore agli altri specialisti. Probabilmente sarà una vice-primaria, una responsabile di reparto. Non so, non conosco le gerarchie ospedaliere. Comunque, arriva, mi vede al computer e si complimenta:
«Ah, la vedo molto bene! Come si sente?»
«Discretamente» rispondo.
«Beh, allora il tempo di definire la terapia anticoagulante e la dimettiamo.»
«Dottoressa, ma non devo fare una serie di esami? Gli altri dottori mi hanno detto che è necessario capire l’origine delle mie trombosi.»
«Ma una serie di esami potrà farli anche a casa.»
«Figurarsi, coi tempi di attesa che ci sono, vado alle calende greche»
«Ma noi segnaleremo sui certificati l’urgenza».
Non rispondo più. Capisco che è inutile. L’orientamento della responsabile non è quello di trattenermi in ospedale. A questo punto, la dottoressa mi saluta e se ne va.
Io torno a concentrami sull’articolo. Aspetto il pranzo.
Finalmente viene servito. Riso con verdure e una particella di scorfano. In ospedale hanno servito questo pesce tre o quattro volte. L’ho mangiato volentieri. Amo il pesce. Tutte le volte, però, ho pensato a «L’isola di Arturo», romanzo straordinario di Elsa Morante. Ricordo che nelle pagine iniziali lessi per la prima volta il nome di questo pesce.
Arturo, il protagonista, ha nostalgia di Procida, della sua isola, delle sue straducce, dei suoi giardini, delle sue spiagge e, ad un certo punto, dice:
«Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scòrfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.»
Cavolo!, continuavo a dirmi, ci danno da mangiare il pesce più brutto del mare. È noto che la parola si usa anche in senso figurato, per dire di una persona che può essere uno scorfano, cioè molto brutta e sgraziata. Per farla breve, ho cercato le sue caratteristiche nutrizionali ed ho scoperto che sarà brutto, ma è buono; anzi è carne pregiata: pesce magro, ricco di proteine e di diversi minerali, con i suoi acidi grassi Omega 3 riduce i livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue. Un pesce quindi adattissimo a me, al mio corpo, capace di proteggere il mio cuore e i miei vasi sanguigni. Brutto, ma salutare. Morale: la bellezza può essere velenosa, la bruttezza salutare.
Dopo il pranzo, faccio due giretti per il corridoio, poi mi riattacco l’ossigeno e mi metto un po’ sul letto. Prendo sul comodino il libro di Giancarlo Gaeta e comincio a leggere l’ultimo capitolo della prima parte: «L’esperienza del termine ultimo».
C’è una parola da comprendere e interiorizzare subito: “escatologia”. È l’idea, come sostiene l’autore, «di un termine risolutivo dello stato attuale della condizione umana.» C’è un limite ultimo, sia in senso spaziale che temporale, della storia umana? Nel Vangelo di Marco si dice: «Il tempo è compiuto ed è vicino il regno di Dio: convertitevi e credete nell’evangelo» (Marco, I, 15).
Il regno di Dio dovrebbe essere quello della verità, della giustizia, del bene, della bellezza, della perfezione, cioè il regno di tutti gli attributi di Dio. Gesù credeva che questo regno fosse imminente, che egli stesse vivendo il tempo della fine dello stato attuale della condizione umana. Tra escatologia e Gesù il rapporto è stretto.
«C’è stato dunque un mutamento rilevante nella elaborazione del pensiero cristiano delle origini e questo man mano che alla “fede” di Gesù si sostituì la fede in Gesù, cosicché lo sguardo dei seguaci non si volse più per così dire nella direzione da lui indicata, ma si concentrò interamente su di lui in quanto dispensatore di salvezza attuale e individuale.» (pag. 61).
Ma se si crede in Gesù e non nella venuta del regno di Dio, viene meno il giudizio radicale su questo mondo. Credere come credeva Gesù, Marco, Luca, Matteo, Giovanni, Paolo che il regno di Dio è vicino significa operare «una rottura nella continuità temporale». C’è un tempo sospeso, una vita sospesa, un vivere “come se”.
«L’annuncio inaudito di Gesù sono parole e atti che si iscrivono nello spazio sospeso tra un “entre-deux”: tra questo mondo che passa e un mondo altro già presente in chi crede nell’evangelo» (pag.62).
Per il credente la frattura con il “proprio” mondo è irrecuperabile.
Sto cercando di mettere a fuoco pensieri simili, quando arriva l’infermiera con la pillola di potassio. Rimetto il libro sul comodino. Mando giù la pillola e scendo dal letto, infilando i piedi nelle vicine ciabatte. Mi alzo e vado a fare un po’ di giri in corridoio. Ad un certo punto vedo un bel gruppetto di medici, fra i quali c’è anche la mia “salvatrice”, dirigersi in fretta verso tre camere più avanti della mia. Probabilmente dovranno fare un consulto su un paziente arrivato da poco, un paziente abbastanza ostico. Lo sento gridare.
La mia passeggiata in corridoio arriva sempre fino al soggiorno, dove immancabilmente guardo le nature morte appese a due pareti. Le altre due sono vetrate. Sono quadri che non mi procurano grandi emozioni, né grandi pensieri. In uno di questi ci sono due bottiglie bianche, trasparenti, un bicchiere lungo e una mela; in un altro un tegame con dentro cucchiai e forchette, dietro c’è un vaso di vetro, a fianco una pentola; in un altro ancora altre bottiglie di varia grandezza, bicchieri e altri oggetti quotidiani. Insomma, un artista della quotidianità.

Potermi reincantare,
poter tornare a guardare il tuo volto
come onda increspata dal vento,
ciliegio fiorito, fronda d’oro
di mimosa, cespuglio solare.

Sondarti è inutile,
è scarso il tuo sforzo di reagire
ai miei pensieri, di avvertire la ferita
che s’apre nascosta tra le righe,
il mio farfugliare, il subbuglio
cresciuto tra le pieghe dei ricordi.

Sto scrivendo la mia vita sull’acqua
della fontana che incontravamo
ogni volta, tornando dalla vigna
di Valle Fiumata, l’acqua sgorgata
dal cuore del monte Calvario
così pieno di ginestre.

E tu non senti, non senti
il sapore del gelso, il dolore
della pietra, il lungo viaggio
per approdare alla terra sconosciuta,
ignota ai padri, quella del farsi da sé,
dell’accumulo di capitale simbolico
da giocare sui teatri di guerra
sociale.

Mi stai rendendo di nuovo oscuro,
stai erigendo il muro invisibile
il salice amaro della paura.

3 pensieri su “Nel tunnel di metà settembre (8)

  1. trovo molto significativo questo racconto, una tappa importante del lungo viaggio estivo che lambisce l’autunno…Bellissima la poesia, che sembra un dialogo interiore con una persona amata, ma credo anche con la vita su quanto ci ha riservato in gioie e in sofferenze…del resto, come la società, in questo caso la sanità pubblica, che ci prende in carico (se abbiamo fortuna) per poi scaricarci sul piu’ bello…Per noi vecchi, vada ma se penso ai giovani, praticamente mai presi seriamente in carico, mi viene molta rabbia!

  2. Ho letto con interesse lo scritto fin qui pubblicato, nelle varie sezioni. Mi colpisce il registro familiare non retorico della narrazione che fa da contrasto alla vicenda piuttosto drammatica che riguarda la persona fisica del protagonista e paziente, col quale ho condiviso per qualche anno la mia esperienza lavorativa, io come insegnante lui come dirigente scolastico. Detto questo trovo interessante l’intersecare il privato col pubblico, il momento individuale con quello collettivo, sociale e politico, la quotidianità che incontra la Storia. Due momenti che sono ben rappresentati anche nei brani poetici, dove si coglie maggiormente il valore di una riflessione su temi ‘alti’, quali la morte, l’anima, l’amore, il dolore, la solitudine dell’esistenza, la precarietà del corpo, la fede in un modo ulteriore. Sono poesie a mio giudizio meritevoli di approfondimento.
    Alle belle considerazioni suscitate dalla lettura dei giornali e dal lavorio del pensiero individuale dell’autore, voglio aggiungere un’altra fonte che parla di “disagio della libertà” e perciò mi sembra pertinente.
    “L’uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni, e le decisioni comportano rischi […] L’uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente” (Erich Fromm, Fuga dalla Libertà, 1942).
    I meccanismi individuati da Fromm come caratteristici di questa “Escape from Freedom” sono sostanzialmente tre: l’autoritarismo, la distruttività ed il conformismo. Il primo ci fa rinunciare alla nostra autonomia ed individualità per rifugiarci sotto l’ala protettiva di qualcosa di più grande, importante e generale: un’autorità esterna appunto. Il secondo meccanismo, fondato sulla paura, ci porta ad eliminare preventivamente ciò che potrebbe minacciarci, sfuggendo alla sensazione d’impotenza e di fragilità per mezzo dell’aggressività. Il conformismo, infine, ci rende praticamente degli automi, per cui l’individuo smette di essere se stesso ed assume acriticamente il modello culturale che gli viene proposto, mimetizzandosi fra gli altri, in una società sempre più grigiamente uniforme.

  3. Grazie ad Annamaria per le osservazioni e gli apprezzamenti e grazie ad Enrichetta per il suo articolato commento. La citazione di Erich Fromm è molto pertinente. Coglie aspetti decisivi del nostro vivere sociale; le conseguenze che derivano dalla “fuga dalla libertà” sono, purtroppo, quelle indicate: autoritarismo, distruttività e conformismo. Forse questo libro meriterebbe una maggiore diffusione. Da giovane avevo letto “L’arte di amare”, “Fuga dalla libertà” no. Questa cercavamo di conquistarla giorno per giorno contro tutte le istituzioni: famiglia, scuola, Università, manicomi, ecc. Ancora grazie.

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