Pubblico queste mie riflessioni sulla necessità di continuare a fare critica della politica. Anche da solo e con gli unici strumenti che mi restano: la parola scritta e la mia memoria storica. Posso farla solo in una dimensione locale, Cologno Monzese, hinterland di Milano. E calibrando la mia voce su un momento – quello delle elezioni del sindaco della città – dove il marasma ideologico, che sta corrodendo tutti gli schieramenti politici tradizionali (i partiti) e apparentemente nuovi (le liste civiche) si manifesta in modo più acuto e repellente nella forma delle piccole ambizioni personali, dei maneggi ambigui di corto respiro, degli inviti ipocriti ad una partecipazione democratica sterilizzata.
***
ELOGIO DELLA CRITICA DENTRO O FUORI DAI PARTITI (E DALLE LISTE CIVICHE)
Questa è la mia RISPOSTA @ CSD dopo aver letto nel loro Bollettino d’informazione aprile/maggio 2023 il pezzo intitolato «Accuse e critiche rivolte a CSD sulle sue scelte e alleanze elettorali»(Cfr. Appendice)
Cari amici/che, siccome il mio nome – non so se per errore – è ancora presente nella vostra mailing list, mi è arrivato il Bollettino d’informazione e ho letto il lungo pezzo intitolato «Accuse e critiche rivolte a CSD sulle sue scelte e alleanze elettorali etc.». Dopo qualche incertezza, ho deciso di rispondervi con questi veloci appunti. Non capisco perché: 1) parlate di me e di altri, vostri compagni di strada per periodi più o meno lunghi, senza usare nomi e cognomi ma ricorrendo a una perifrasi (« Alcune persone politicamente impegnate e presenti sui social (fra l’altro tutti in passato hanno militato nella nostra associazione anche con ruoli di responsabilità)» che cela a stento un certo livore; 2) passate sotto silenzio le ragioni dell’allontanamento – non per capricci, credo – mio, di Roman Tomat, di Cambiaghi e non so se di altri; 3) visto che parlate di “ascolto dei cittadini”, non potevate replicare e ragionare pubblicamente (e democraticamente) alle critiche mie o di altri; e anche alla proposta – di sicuro priva di «sarcasmo» o «dileggio» – da me fatta il 4 luglio 2022 (https://www.facebook.com/…/colognom/posts/5237514563019174) del nome di Antonio Tagliaferri come candidato sindaco; 4) vi raccontate una storia reticente di CSD. In proposito, vi faccio notare che: a. sono state poche le persone provenienti dalle «esperienze dei movimenti di sinistra nati nel ’68» confluite in CSD, dove è sempre prevalsa la componente cattolica e parrocchiale; b. non spiegate le ragioni dell’interruzione della «pratica partecipativa del Forum cittadino» sorto in occasione della campagna elettorale per “Beretta Sindaco” nel 2004. Concludendo. Ho trovato scorretto che citiate dei miei interventi solo alcune frasi decontestualizzate. E che non diate una spiegazione sincera (innanzitutto a voi stessi) del vostro silenzio negli ultimi mesi, che mi è parso imbarazzato, autodifensivo e dovuto all’accettazione di un dogma indiscutibile, che è poi la ragione principale del mio dissenso da voi: il vostro rapporto acritico col PD. Infatti, anche quando affermate che «Il PD ha “scaricato” la candidata Sindaco nella prima seduta di Consiglio Comunale» non ne traete la conseguenza per me logica: che si tratta di un partito che strumentalizza e inganna i suoi alleati. Cordiali saluti Ennio Abate
in questa sempre brutta periferia
inermi e senza più compagnia
signora Morte ci trascina via
a cura di Ennio Abate
Questa testimonianza sulla vita di Vincenzo Martinelli la raccolsi nel 2018 in vista della preparazione del libro STORIE DI PERIFERIE. COLOGNO MONZESE NEGLI ANNI ’70 a cura del gruppo “on the road” – edizione fuori commercio 2020.
Vincenzo delinea un percorso comune nei decenni ’60-’70: dalla condizione iniziale di isolamento, vissuta da migliaia di immigrati dal Sud diventati al Nord operai in fabbrica – per lui in quel piccolo inferno dell’hinterland milanese (la Manuliplast di Brugherio) – Vincenzo si ritrova a vivere un momento esaltante e straordinario di rivolta e di vera democrazia (’68-’69). Scopre la politica e il sindacalismo. E diventa un militante politico di base, un leader legato alla sorte degli operai.
Poi percorrerà – sempre come tanti – la via crucis della sconfitta: perdita del lavoro, difficoltà economiche, sbandamento. E dovrà accorgersi – con quanta sofferenza non lo dice, lo lascia intuire – che la passione sua e dei suoi compagni e la prospettiva che si potesse cambiare o addirittura rivoluzionare la fabbrica e l’intera società erano state presto riassorbite e cancellate. Con le stragi e la strategia della tensione. Con i compromessi e le scelte moderate delle organizzazioni che controllavano e guidavano le lotte operaie (PCI e Sindacato). Con l’estremismo suicida e omicida delle formazioni armate (Brigate Rosse e altre) che, coinvolte in modi tuttora misteriosi e controversi nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro, ebbero comunque un effetto certo: chiudere la bocca a lui, agli operai e a migliaia di militanti della Sinistra (storica o nuova).
Anche Vincenzo si dovette adattare alle condizioni degli sconfitti. Dopo gli anni Settanta s’impegnò nel volontariato e si occupò di patronato da sindacalista scrupoloso e attento alla difesa quotidiana dei lavoratori.
Rileggo oggi questa testimonianza nel momento di lutto per la sua morte. La trovo sobria e sincera. E’ soprattutto ricca di riferimenti puntuali alla durezza, alla nocività, ai rischi per la salute (e a volte per la vita) del lavoro in fabbrica. Vincenzo non taceva sulla sua gestione militaresca da parte dei dirigenti aziendali. E neppure sulla repressione antioperaia da parte di carabinieri e magistratura. Questo è il vero nucleo di verità collettiva e storica vissuta e incisa nella sua memoria. Sul resto, quando svela un certo antintellettualismo sia pur temperato dall’amicizia o una diffidenza e un rifiuto quasi morale verso le esperienze giovanili o femministe o più culturalmente americanizzate (cfr. il giudizio verso l’esperienza del Circolo la Comune e anche dell libreria Celes) mi pare a disagio e troppo guardingo. Nel rielaborare la sua storia non ha mai potuto o voluto abbandonare la nostalgia per la sua giovinezza di militante politico («Posso dire che sono rimasto ideologicamente di AO»). Come se fosse rimasto per sempre legato alla durezza di quel mondo operaio scomparso, che l’aveva accolto e riconosciuto come leader. E forse alla matrice contadina originaria e profonda del Sud. Due ragioni del suo rifiuto istintivo delle seduzioni ambigue di quel desiderio dissidente (Fachinelli), dilagate tra i giovani e le donne. Da considerare, comunque, con grande rispetto. [E. A.] Continua la lettura di Eravamo con gli operai→
….meno colognosità. Pubblico i miei interventi, i commenti di amici e amiche, i documenti (manifesti, comunicati stampa) già comparsi negli ultimi giorni sulla pagina FB di POLISCRITTURE COLOGNOM. Ruotano attorno al problema del vuoto politico, che si svela nella sua miseria a Cologno Monzese, città dell’hinterland milanese di ex immigrati che votavano a sinistra e ora votano Lega e Fratelli d’Italia. La discussione ha per tema le prossime – si terranno a maggio – elezioni comunali. E dà uno spaccato veritiero e allarmante della crisi politica come oggi viene rappresentata (o teatralizzata? o annacquata?) nella mente e nelle parole di individui concreti in una situazione dannatamente concreta. E finora senza vie d’uscita. Ci si dibatte, infatti, tra vecchie logiche di partito e ricerca di un nuovo che stenta a essere definito. Colognom come microcosmo dell’Italia d’oggi? Può darsi. Continua la lettura di Poliscritture Colognom. Per fare un sindaco ci vuole…→
Su FB può ancora capitare che s’incrocino un giovane (o ex giovane, a suo dire) d’oggi e un vecchio, abitanti entrambi nella medesima città dell’hinterland milanese. E, invece, di salutarsi e tirar per la loro strada, inizino qualcosa che sta tra il dialogo spicciolo e il battibecco puntiglioso. Perché ce ne sono di cose non dette, mal dette, maledette alle loro spalle e attorno a loro. E così nei loro commenti rispuntano modi – diversi? contrapposti? inconciliabili? – di vedere la città, la sua storia, la vita politica locale e l’immagine di un possibile futuro. Chi ha curiosità provi a leggere. Questo oggi passa per la mente e il cuore di due – un vecchio e un giovane/ex giovane – che vivono mugugnando e insofferenti a Cologno Monzese. [E. A.]
SULL’ASSEMBLEA DELLE LISTE CIVICHE (ARTLISTA E CSD)
6 OTTOBRE 2022 IN VIA PETRARCA A COLOGNO MONZESE
di Ennio Abate
Ieri sera sono stato all’”auditorium” di Via Petrarca per seguire l’assemblea pubblica di ArtLista e CSD. La prima dopo il commissariamento del Comune di Cologno Monzese ma anche dopo la clausura per Covid e lo sconquasso per la guerra in Ucraina. Un po’ di pubblico (di anziani, molti di loro con un certo passato politico alle spalle) e anche qualche giovane.
Che delusione, però!
Tra quanti (abitanti a Cologno) risposero al Questionario di «Laboratorio Samizdat» del 1987 ci fu F. N. Non so se sia ancora vivo, se abbia voglia o meno di far pubblicare oggi la sua risposta e lo indico con le iniziali di nome e cognome. Che si distingue dalle altre, a volte telegrafiche e spicce, per l’attenzione ai fenomeni sommersi (soprattutto la delinquenza e il mercato della droga di allora) da lui vissuti da vicino; e anche per un certo scetticismo meridionale sulla possibilità di migliorare davvero le condizioni di vita in periferia. Ho mantenuto la forma discorsiva che F.N. diede alla sua testimonianza, semplificando solo alcuni termini e l’ortografia. [E. A.]
Egregio signor Abate, vorrei evitare di rispondere passo per passo al questionario perché vedo la necessità di fare un unico commento, prendendo ottimo spunto dalle domande elencate. Alla numero 1 [Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?] rispondo senza esitare: no; ed il perché è presto detto: la poca funzionalità di qualsiasi centro di ritrovo socioculturale che a mio avviso grava moltissimo nell’ossatura di una piccola-media comunità come Cologno. Forse alcuni anni or sono vi era un punto, o per meglio dire un centro ove la “nouvelle vague” colognese[i]avesse il tempo materiale per sviluppare le proprie idee-esigenze, ma poi tutto tornava a fare gli interessi interessi di pochi ed impreparati intimi. (Mi riferisco al «Babilonia»[ii]e non solo). Ancora oggi. se proprio vogliamo parlare di altre forme dell’interesse [culturale]di massa colognese, sottolineo la mancanza di cinematografi o perlomeno di “ teatrini” e cose di questo genere. [Mi esonero dal] tracciare qualsiasi profilo sia dei locali che dei frequentatori di bar o birrerie.
Per quanto riguarda gli aspetti negativi [di Cologno], uno va per forza detto: la delinquenza, frutto primario di un traffico di Droga a dir poco eloquente quanto visibile. Anche se non ho vissuto in modo intenso questa esperienza, ho potuto vedere e purtroppo continuo a vedere i segni [negativi] inconfutabili sulla pelle di gente che mi è vicina o di altra [gente] che mi è stata vicina. Questa è la negatività più opprimente e stressante. [Su tale problema] Cologno non ha mai [avuto] un periodo di tregua; e, diciamolo chiaramente, nessuno ha fatto molto perché ciò accadesse. Avendolo vissuto in prima persona, confermo l’invalidità [=inefficienza] di istituzioni a riguardo: centri sociali e sanitari. Questo pertanto è un aspetto che ha fatto sì che Cologno si guadagnasse l’appellativo, peraltro non per tutto sbagliato, di Ghetto, e Dio solo sa se non se lo merita.
Il terzo [aspetto] negativo di Cologno credo sia la scarsa informazione, cioè [la mancanza di un giornale]. Non pretendo un quotidiano, anche se non sarebbe una cattiva idea. Forse, e sottolineo ‘forse’, c’è un certo Diario,[iii] ma credo si limiti a “ben” informarci a livello comunale. Oppure a far sapere alla gente che sono state sorprese due “vittime” della droga, mentre si stavano bucando dietro un cespuglio sotto gli occhi di tutti. E in questo caso, allora, prima pagina, quattro colonne, nomi ed indirizzi. Questa [notizia] viene spacciata alla gente come un incredibile scoop! Questa non credo sia informazione. E lo conferma il fatto che da tempo ormai immemorabile si ricorre [soltanto] al volantino o al manifesto appiccicato al muro; e questo fa sì che la gente vive fisicamente a Cologno ma abita [con la testa] a Milano.
Quali gli aspetti positivi di Cologno? Ammetto che questa è stata una domanda che mi ha fatto molto pensare; e sono giunto ad una conclusione, forse ovvia, forse solo non compromettente tanto rispondere mi viene difficile o quasi impossibile. Forse [ce n’è] uno solo che le racchiude tutte e tre; cioè le amicizie che hanno spaziato dalla politica, [avendo io frequentato] sedi di opposte fazioni (destra e sinistra) molto marcate ma vuote di ogni orizzonte [ideale].
[C’è poi l’esperienza che ho fatto della] Cultura, ma con carattere alternativo. Difatti, credo che a Cologno esistano delle buone menti; purtroppo poco o quasi per nulla prese in considerazione. Ma comunque [questo della Cultura] per me [è un aspetto] significativo, [perché mi ha permesso] una sorta di confronto con alcune di [queste menti]. [È] un importante lavoro di cultura sommersa che solo negli ultimi anni sta avendo una sua forte presenza, [pur] fra i mille spauracchi che questo discorso si porta dietro da tempi immemorabili.
Ho sempre definito la periferia come Magazzino della grande città, [che] in questo caso per noi è Milano. Un confronto [con altre città] non credo sia semplice, perché credo che Cologno rientri [nella dimensione] di Hinterland. Se poi [la] si vuole intendere [come] città, credo non ne valga neanche la pena. Forse c’è una [minore presenza] di verde, ma in questa direzione anche Cologno si sta muovendo, tanto che credo che manderemo i nostri figli, quando sarà, a studiare ai parchi giochi.
Non credo di avere sentimenti particolari verso Cologno, ci abito e questo è tutto quello che provo. Per quanto riguarda la mia attenzione per Cologno [dico che] è diminuita, ma spero di non dovermi più allontanare per andare a cinema o, chessò, a bere una birra in centro ( a Milano). Ripeto: è sicuramente diminuita, ma un occhio ce lo butto ancora.
Per quanto riguarda le domande 6 e 7 [quartieri di Cologno frequentati e conosciuti]. Non ho mai trovato [a Cologno] niente di così stimolante da darmi un’idea o immagine [entusiasmante] di Cologno. Non ho mai giudicato in fretta una zona, un angolo, o, come dice lei, un pezzo [di Cologno], anche perché non si lascia molto giudicare nell’insieme. O, per meglio dire, non dà spunti alla fantasia [come accade a chi fa vita] metropolitana. Molti pezzi di Cologno hanno cambiato faccia, ma solo sotto il profilo estetico [più]squallido. Ho visto soltanto una corsa all’appalto selvaggio. Case e palazzi non si contano, [ma] i servizi [necessari] in pratica [non sono] mai stati edificati. La metropolitana? La tangenziale? Canale 5? Il problema casa? O quello urbanistico interno? Le concessioni [di spazi] per scopi culturali [sono] inesistenti. Come le giudico? Soffocanti! Utili le case certo! Ed il centro storico dove andrà? Forse questi [sono]i problemi [irrisolti che ci mettono] al di sotto di graduatoria [rispetto] ad altri agglomerati urbani. Sì, certo, Cologno è inconfutabilmente periferia milanese, anche se vive una vita a sé, ma non possiamo negare che è un polmone gentilmente offerto dai colognesi [a Milano]. Non pochi sono coloro che fanno girare le arterie della Grande metropoli. E di conseguenza è giusto che sia periferia o, come ho detto prima, Magazzino di manodopera. Costruire un’immagine nuova di Cologno potrebbe essere fattibile, ma si dovrebbe lavorare non poco. Io credo che la direzione da prendere sia politica, per far sì che tutte le altre [attività], come la cultura, l’economia, l’ecologia, possano avere risultati plausibili e [certi]. [Anche se oggi] alla base [della politica] c’è una male-organizzazione, che prendendo spunto dai “Palazzi romani”, punta soltanto ad una ristrutturazione dell’estetica cittadina pensando così ti portare aiuto ad un città come Cologno, ove [esistono] ben altri problemi e disfunzioni, che forse sono volutamente non visti [dagli attuali politici]. Sappiamo come funziona tale sistema. Anzi, mi correggo, come non funziona.
Non so chi sia il più indicato a ristrutturare Cologno Monzese, ma voglio esprimermi con una frase non mia; e [dire], cioè, “Cologno è dei colognesi”. Che ci pensino loro! Ed io [sarò] fra questi, se un qualcosa dovesse accadere in questo senso. Comunque, a parte una plausibile – oserei dire – forma di pessimismo, non credo che [la vita a] Cologno sia così malvagia. Anzi, credo che possa sicuramente migliorare. Ma bisogna cercare una collaborazione non poco intensa. Se a Cologno ci fosse una precisa [ e ben definita] fonte di informazione su questi ed altri punti, forse qualcosa potrà essere rinnovata. Ma spesso dimentichiamo una forma di mentalità o Cultura di radice, se così posso esprimermi, meridionale; di conseguenza conservatrice, restia alle esigenze comunitarie [e] sviluppata [invece]in forma di necessità esclusivamente personale. La gente di Cologno ha una visione del proprio futuro che si riassume in[poche cose]: una casa, un lavoro, un paio di figli da sposare e giungere alla pensione in modo sereno. Mentre per coloro che potremmo definire nuova generazione la riforma più eloquente del futuro in Cologno è proprio andarsene.
Note
[i] Col termine francese di «nouvelle vague» (un movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni cinquanta del Novecento) intende quanti a Cologno erano aperti alle novità e al cambiamento.
[ii] Birreria- tavola calda aperta in Via Sormani nel1979 da alcuni protagonisti dell’esperienza del “Circolo La Comune” e della Libreria CELES.
[iii] Io non ricordo un periodico con questo titolo. Se altri ne sanno qualcosa, me lo facciano sapere.
Nel 1987, quando con alcuni amici facevamo la rivista autoprodotta «Laboratorio Samizdat»[i] preparammo un questionario. Lo intitolammo «Immagini dell’hinterland: Cologno Monzese» e noi stessi della redazione cominciammo a rispondere alle domande che avevamo preparato. Riassumo con parole d’oggi le mie risposte al questionario .
1. Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?
Per me non è ancora una città. Perché la storia recente e breve (quella dell’emigrazione interna degli anni ’50-‘70), trasformando e quasi cancellando le caratteristiche contadini del nucleo precedente (il borgo medievale, il paesino ottocentesco), ha prodotto un organismo sociale elementare, nuovo ma incoerente e poco unitario. Prenderei sul serio la definizione di Cologno Monzese come “citta dormitorio” per immigrati. Evidentemente un dormitorio non è una città. È un ibrido, un “mostro urbanistico”. Certo, gli immigrati, oltre a dormire, hanno fatto altro, ma in condizioni materiali e psichiche comunque squilibrate. Sono gli amministratori – più che gli abitanti di Cologno- ad avere la tentazione di sorvolare su questa storia pesante e complicata e a parlare senza troppo riflettere di città.
2. Secondo te, quali sono i tre aspetti più negativi di Cologno?
Uno. Il fatto di essere periferia (o di vivere in una condizione di perifericità). Intendo dire che la vita che possiamo condurre a Cologno Monzese avviene in uno spazio coatto e deprivato che, a differenza delle vere città, offre meno sotto ogni aspetto alla soddisfazione dei bisogni dei suoi abitanti.
Due. Gli immigrati si sono dovuti assuefare con molta sofferenza a vivere nello spazio coatto, deprivato e spesso brutto di Cologno Monzese. Che è stato progettato e costruito da altri. E imponendo i loro interessi economici ai bisogni di una vera vita sociale. Questo è avvenuto nel periodo (’55-’60) più selvaggio e sregolato della urbanizzazione di Cologno. Povertà culturale e bruttezza estetica hanno deturpato anche i linguaggi e i comportamenti dei suoi nuovi abitanti. Col tempo gli immigrati hanno cancellato i ricordi più dolorosi e non hanno pensato più a quel che hanno patito. O rinunciato perfino ad immaginare che questo territorio possa essere organizzato in maniera più rispettosa dei loro bisogni. Al massimo, hanno cercato la diversità altrove. Da turisti. O tornando, quando hanno potuto, ai paesi da cui emigrarono.
Tre. Una sensibilità passiva e intorpidita sia nei confronti dell’ambiente circostante che verso gli “altri”. Io l’ho chiamata colognosità, perché l’esperienza quotidiana a Cologno – e specie in campo politico – mi ha messo di fronte a numerosi esempi locali di doppiezze, di tortuosità, di antintellettualismi, di invidie. Ma ritengo che la colognosità abbia a che fare con concetti più generali, quali mentalità da servi (Nietzsche), alienazione (Hegel, Marx, Lukács), psicologia (e pedagogia) degli oppressi (Freire). Indubbiamente rende più difficile individuare i centri di potere reali che controllano la vita economica e sociale di questo territorio e impedisce una azione più precisa per contrastarne le scelte dannose per quanti qui vivono.
3. Quali sono, invece, gli aspetti positivi di Cologno Monzese?
Ci sono centinaia di città che offrono più merci e servizi di Cologno Monzese. Se ci si mette nell’ottica dei consumatori, Cologno ha ben poco di positivo da offrire. Eppure, negli anni ’70, noi compagni del Gruppo Operai e Studenti e poi di Avanguardia Operaia anche nel degrado della vita in periferia scovammo alcuni aspetti positivi. Capimmo che gli immigrati avevano bisogno di aumenti salariali, di case, di scuole decenti per i loro figli. E lottammo con loro per dare forma politica a questo ribollire di bisogni ancora elementari e insoddisfatti.
4. Fa’ un confronto fra Cologno Monzese e qualsiasi altra città o paese da te conosciuti. Cosa ha di più o di meno Cologno Monzese?
Il confronto io posso farlo con Salerno, da cui provengo. Dalla formazione in quella città provinciale del Sud, che nel dopoguerra e fino agli anni ’50 conservò una cultura cattolica – un misto di attaccamento rispettoso al mondo contadino e a quello piccolo borghese ancora non sfiorati dal consumismo -, avevo ricevuto una spinta ad una visione elitaria ed individualista. Mio padre mi ripeteva il motto ricevuto dai suoi antenati:«miettete cu chille ca stanne meglie e te, nun cu chi sta peggio e te». (In sostanza: stai con i più istruiti e i più ricchi, non con i poveracci). Al contrario la Cologno Monzese degli anni ’60-’70 – quella che ho vissuto più attivamente e intensamente – mi ha spinto proprio ad andare verso il basso, a conoscere molti operai di piccole fabbriche o studenti delle superiori o insegnanti delle elementari, medie e superiori e ad organizzarmi con loro proprio contro chille ca stevene meglie e nui. In quei tempi Cologno Monzese stava passando dalla condizione più passiva e povera della immigrazione esistenzialista (quella registrata in «Milano, Corea» di Alasia e Montaldi) ad una di proletarizzazione e politicizzazione attiva e innovativa. Sembrava che il “dormitorio” potesse fare un salto verso una città proletaria, che confusamente cercammo di delineare nei nostri discorsi.
5. La tua attenzione a Cologno Monzese è aumentata o diminuita negli ultimi 10-15 anni? Perché?
È, contro la mia volontà, diminuita. Perché tutti i legami affettivi, sociali e politici, che come compagni del GOS (Gruppo Operai e Studenti) e di AO (Avanguardia Operaia) avevamo costruito con Cologno e la gente che vi abitava, si sfilacciarono. E quel progetto ancora in fasce di città proletaria, a cui lavoravamo da appena dieci anni, si perse. Molti compagni entrarono nel PCI. Altri continuarono in DP. E poi ci fu, con la fine sia del PSI che del PCI, la scomparsa di qualsiasi sinistra.
6. Da quali quartieri e zone di Cologno Monzese, che hai frequentato di più, ti sei costruita la tua immagine (o idea) di Cologno?
Riferendomi sempre agli anni ’60-’70 posso dire che ho frequentato sotto la spinta delle lotte politiche particolarmente il Quartiere Stella (qui), diverse piccole fabbriche di allora (Bravetti, Panigalli, Trapani Rosa, Siae Microelettronica, ecc), le scuole elementari e medie; e le case dei compagni sparse per Cologno. L’immagine di Cologno che mi stavo costruendo era, come ho detto, quella della città proletaria.
7. Quali sono i quartieri o le zone di Cologno Monzese che più ignori? A chi ti rivolgeresti per fartene un’idea?
Come ho detto, qui a Cologno negli anni di mia militanza politica ho frequentato soprattutto famiglie di operai, di studenti, di insegnanti e i luoghi della politica (sedi di partito o dei sindacati, il Consiglio Comunale). Ignoro o conosco poco, dunque, le zone (non certo soltanto di Cologno) in cui abitano imprenditori e politici. Ed ho avuto meno rapporti e conoscenza anche delle zone in cui operano i più emarginati. Al momento non saprei, come rivista, a chi potremmo rivolgerci per capire di più.
8. Quali sono state negli ultimi 10-15 anni le trasformazioni per te più evidenti di Cologno Monzese? Come le giudichi?
Lo sprofondamento nei discorsi pubblici e politici dei ceti operai e dei loro bisogni. Con la deindustrializzazione, l’informatizzazione e le nuove forme dei consumi sono emerse le generazioni cetomediste, ipnotizzate dalla competizione imitativa coi “nuovi ricchi”. A Cologno il cambiamento ha premiato soprattutto un ceto di acculturati, magari provenienti anche da famiglie operaie e di immigrati, ma sempre più grossolani e pacchiani e ostili alle tradizioni di famiglia.
9. Quali sono i tuoi sentimenti verso Cologno Monzese?
Li ho raccontati in «Samizdat Colognom», un libretto di “poeterie” pubblicato con la Libreria CELES di Cologno nel 1982. (Ne parlerò in un altro capitoletto). I miei sono sentimenti di contrapposizione e di critica ragionata soprattutto verso il mondo politico colognese, spesso con rappresentanti davvero meschini. Di impazienza e delusione verso gente che vive in condizioni quasi simile alla mia ma che briga nel sottobosco politico, economico e culturale. Di insofferenza verso gli stili della vita individualistici e falsamene libertari.
10. Quali sono le tre esperienze più significative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
Forse ho già risposto al punto 6. Ma meglio ripetere. Le lotte che ho condotte con molti compagni e compagne fra il ’68 e il ’76. Quella per la scuola materna al Quartiere Stella. Quelle con gli operai della Bravetti, della Panigalli, della Trapani Rosa, della Siae Microelettronica e tante altre. Quella dell’occupazione delle case di Via Papa Giovanni. (Son di sicuro più di tre).
11. Quali sono le esperienze più negative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
La scissione di Avanguardia Operaia e il successivo “riflusso” con compagni finiti nella droga, nel “privato” o che scelsero di entrare nel PCI. L’impotenza e l’isolamento rispetto ai fenomeni di disgregazione anche fisica che coinvolsero molti giovani di allora. Il disfacimento morale, politico e culturale della sinistra.
12. Ritieni possibile costruire una nuova immagine di Cologno Monzese? Se sì, in quale direzione (politica, culturale, economica, ecologica) impiegheresti le tue energie?
Un’immagine culturale nuova di Cologno, che non può più essere la città proletaria a cui avevamo pensato, resta indispensabile per ritessere rapporti sociali non subordinati o di semplice colonizzazione rispetto ai centri di potere (che per Cologno stanno a Milano ma non solo lì).
13. Pensi che a questa nuova immagine di Cologno Monzese possano contribuire di più i viaggiatori (quanti lavorano fuori Cologno o hanno di frequente rapporti con altri luoghi o Paesi anche stranieri) o i sedentari? Perché?
Verrà fuori, credo, dal confronto scontro tra le immagini di città degli uni e quella degli altri.
Nota 1
[i] «Laboratorio Samizdat» è stata una rivista ispirata al pensiero comunista (marxismo critico) della Nuova Sinistra, che a Cologno era stato rappresentato negli anni Settanta prima dal «Gruppo operai e Studenti» e poi dalla sezione di «Avanguardia operaia». Fu preparata - in una prima fase “in casa” (fotocopiata) e solo negli ultimi numeri stampata - a Cologno Monzese e diffusa a mano. Fra il 1986 e il 1990 uscirono, oltre al numero zero di prova, 8 numeri. In redazione: Ennio Abate, Roberto Fabbri, Erica Golo, Eugenio Grandinetti, Roberto Grossi, Marcello Guerra, Roberto Mapelli, Donatella Zazzi.
Nota 2
Questo stesso articolo pubblicato su POLISCRITTURE COLOGNOM su Facebook, su segnalazione di non so chi, è incorso nella censura di FB. Non ho capito se per il contenuto o per l'immagine che l'accompagnava (sotto).
Ovvero piccoli consiglieri comunali (e probabili candidati sindaci) crescono
Ho simpatia e stima per il giovane Andrea Arosio, volto ancora pulito e serio della politica colognese. Però non condivido il bilancio che ha fatto della sua esperienza di consigliere comunale (https://www.facebook.com/…/pfbid0wBPhV9CGQyh82r26ehhakx…). Perché a me pare basato su un’idea di Politica apparentemente di buon senso ma riduttiva.
Certo, una Politica può essere (in singoli casi molto limitati) anche «SERVIZIO» (dei cittadini o della città). Ma attenzione a non farla diventare assistenza sociale. Come se i cittadini (a Cologno o altrove) fossero “deboli”, “minorenni, “disinformati” o “indifferenti” quasi soltanto per proprie colpe o debolezze. Sono degli sconfitti. Da tempo espropriati di diritti prima riconosciuti (al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla cultura). E non hanno più organizzazioni, che li educhino a rivendicarli questi diritti e non a rivolgersi a questo o a quel burocrate come dovessero ricevere una elemosina. Dobbiamo riorganizzarci e tornare a lottare.
Certo, fa parte della Politica anche la dimensione sociale e popolare. Che significa anche «entrare in contatto con tante persone, realtà locali e associazioni, commercianti e famiglie» o «saper osservare e mostrare il lato umano delle situazioni». Ma la crisi – anche per la sciagurata partecipazione alla guerra in Ucraina del governo Draghi – continua ad aggravarsi. Le bollette aumentano, il lavoro per i giovani non si trova o è mal pagato, gli sfratti scardinano la vita di molte famiglie. E, quindi, dopo che abbiamo osservato questo «lato umano» – esperienza che può essere anche « stimolante e arricchente» per il politico che se l’era dimenticato o lo ignorava – cosa si fa?
Certo, è lodevole che dei consiglieri comunali permettano «a quanti più Colognesi possibili di informarsi su quanto accadeva giorno dopo giorno» in Consiglio Comunale. Ma se da tempo il Consiglio Comunale di Cologno diretto da Rocchi era diventato un indecente e grottesco teatrino di arrampicatori sociali e di yes man incapaci di far politica, cosa potevano ricavare i cittadini dalla cronaca delle sedute o dal puntuale diario di bordo di Arosio?
Che all’inizio Arosio possa essere stato « ingenuo a credere che ci potesse essere un dialogo franco e costruttivo sui contenuti» con l’Amministrazione di Rocchi ci sta. Era un neoconsigliere. Ma dopo un po’ di fronte alla « miopia e arroganza» o alla « chiusura, strumentale e faziosa», che si fa? Si continua a picchiare la testa contro il muro? Ci si accontenta di informare in modo «trasparente e propositivo» ma inascoltati su questa brutta recita attraverso il diario di bordo?
Una buona politica è prima di tutto gestione e soluzione di conflitti. Quando ci si è accorti che l’opposizione in Consiglio comunale era svuotata, sarebbe stato meglio organizzarsi subito coi cittadini per farlo smettere il prima possibile questo teatrino indecente, invece di aspettare che crollasse da solo per beghe interne diventando tutti spettatori impotenti e mugugnanti.
Io, dunque, la rivedrei questa Politica come Servizio. Nei discorsi di Arosio e di CSD sento troppa eredità democristiana: troppi valori enunciati astrattamente (« competenza, serietà e passione»); troppa voglia di non scontentare nessuno e di bonificare (ma solo a parole e con bei sorrisi) le sacche spesso motivate di pessimismo e malcontento; troppa tendenza a nascondersi dietro affermazioni generiche (come questa: « non esistono soluzioni facili a questioni complesse. Non esiste il leader infallibile, la ricetta facile per ogni situazione»). Se si dice che «Cologno Monzese è infatti una città complessa ma con grande potenziale», bisogna pur chiarire in cosa consista questa complessità e in cosa consisterebbe il suo «grande potenziale». (Specie se subito dopo si afferma che Cologno è «una città economicamente e socialmente fragile, culturalmente eterogenea, politicamente deludente »). Non m’importa che Arosio e CSD ci credano che si possa «raggiungere questo nostro potenziale come Colognesi o come Città». Dov’è un’analisi ragionata ( e non un elenco della spesa) dei problemi di questa città?
Bisogna ripensare Cologno e la politica a Cologno.
* La foto di accompagnamento (Vecchia Chiesa di Cologno Monzese in Piazza XI febbraio) è di Mauro Cambia
Anticololognosità
RIPENSARE COLOGNO MONZESE NEL 2022 (1) Una riflessione a capitoletti
Nel 1987, quando con alcuni amici facevamo la rivista autoprodotta «Laboratorio Samizdat»[i] preparammo un questionario. Lo intitolammo «Immagini dell’hinterland: Cologno Monzese» e noi stessi della redazione cominciammo a rispondere alle domande che avevamo preparato. Eccole:
1. Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?
2. Secondo te, quali sono i tre aspetti più negativi di questa città?
3. Quali sono, invece, gli aspetti positivi di Cologno Monzese?
4. Fa’ un confronto fra Cologno Monzese e qualsiasi altra città o paese da te conosciuti. Cosa ha di più o di meno Cologno Monzese?
5. La tua attenzione a Cologno Monzese è aumentata o diminuita negli ultimi 10-15 anni? Perché?
6. Da quali quartieri e zone di Cologno Monzese, che hai frequentato di più, ti sei costruita la tua immagine (o idea) di Cologno? 7. Quali sono i quartieri o le zone di Cologno Monzese che più ignori? A chi ti rivolgeresti per fartene un’idea?
8. Quali sono state negli ultimi 10-15 anni le trasformazioni per te più evidenti di Cologno Monzese? Come le giudichi?
9. Quali sono i tuoi sentimenti verso Cologno Monzese?
10. Quali sono le tre esperienze più significative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
11. Quali sono le esperienze più negative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
12. Cologno ti appare come periferia di Milano. Si no, perché?
13. Ritieni possibile costruire una nuova immagine di Cologno Monzese? Se sì, in quale direzione (politica, culturale, economica, ecologica) impiegheresti le tue energie?
14. Pensi che a questa nuova immagine di Cologno Monzese possano contribuire di più i viaggiatori (quanti lavorano fuori Cologno o hanno di frequente rapporti con altri luoghi o Paesi anche stranieri) o i sedentari? Perché?
Nota
[i] «Laboratorio Samizdat» è stata una rivista ispirata al pensiero comunista (marxismo critico) della Nuova Sinistra, che a Cologno era stato rappresentato negli anni Settanta prima dal «Gruppo operai e Studenti» e poi dalla sezione di «Avanguardia operaia». Fu preparata – in una prima fase “in casa” (fotocopiata) e solo negli ultimi numeri stampata – a Cologno Monzese e diffusa a mano. Fra il 1986 e il 1990 uscirono, oltre al numero zero di prova, 8 numeri. In redazione: Ennio Abate, Roberto Fabbri, Erica Golo, Eugenio Grandinetti, Roberto Grossi, Marcello Guerra, Roberto Mapelli, Donatella Zazzi.
Questi 4 articoli, che ho pubblicato nei giorni scorsi su POLISCRITTURE COLOGNOM e altre pagine di social locali, trattano di personaggi che recitano in modi tragicomici il misero copione della colognosità, che poi in fondo ha parecchio in comune con l’italianità. (Risalire fino al classico Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi? Perché no.) La colognosità – scrissi in un appunto di diario già nel lontano 1987- è «una sensibilità verso il mondo. Forse altri avranno parlato di “mentalità da servi”, di “alienazione” o di “psicologia degli oppressi”. Fatto sta che la mia esperienza quotidiana con la gente che ha fatto e fa politica a Cologno Monzese (periferia di Milano), dove abito dal 1964 in partiti, associazioni culturali, liste civiche, etc. di qualsiasi colore politico mi ha messo di fronte a numerosi e vari esempi di: doppiezze servili, tortuosità nel condurre confronti e polemiche, antintellettualismo esibito come un vanto, invidie malcelate ma rivolte non contro burocrati più o meno arroganti, che si trovano un po’ ovunque, ma proprio verso chi osi mettere in dubbio o criticare i comportamenti e i codici da clan parentali o amicali che in politica sono pane quotidiano. E nei molti decenni venuti dopo il lampo del ’68-’69 ho assistito al mutarsi di ribellismi e progressismi – forme abbastanza false e con un fondo di malafede – in rassegnazione, in settarismi o in collaborazione subordinata ai potenti di turno (maggiori o minimi, locali o regionali o nazionali). E, dunque, allo svelarsi anche di una sfiducia profondamente impolitica sulla possibilità di costruire rapporti non esclusivamente gerarchici tra individui e gruppi sociali.». Negli articoli uso nomi e cognomi di alcuni politici locali ma avverto che la mia attenzione critica non è accanimento personale contro di loro e va alle maschere di ambigui interessi, desideri e bisogni sociali che essi forse inconsapevolmente esprimono. [E. A.]Continua la lettura di Colognosità e italianità→
ELVIO FACHINELLI, IL DESIDERIO DISSIDENTE
(QUADERNI PIACENTINI N.33 - FEBBRAIO 1968)
Dietro front. Torno al 1968. In quell’anno lessi pure «Il desiderio dissidente» sul n.33 – febbraio 1968 dei «quaderni piacentini». Un saggio calato – oggi direi: quasi affogato – in un presente che allora ribolliva. Fachinelli parlava di «movimenti di dissidenza giovanile del nostro e degli altri paesi ad alto sviluppo industriale». Li diceva fragili nei «contenuti programmatici» e nei «comportamenti», ma tenaci: non si facevano riassorbire dal Sistema, dal Potere. Diceva. Ma chi era per me, che partecipavo all’occupazione della Statale di Milano (qui), Elvio Fachinelli e che effetti ebbe su di me quella lettura? Un nome che sentivo per la prima volta, uno psicanalista. Visto appena – una sola volta, mi pare nel 1988 – vent’anni dopo tra il pubblico della Casa della Cultura di Via Borgogna. E, quando lessi quel suo saggio, sulla psicanalisi avevo al massimo curiosità, sospetti o idee libresche e incerte. Forse, se non fosse stato pubblicato sui «quaderni piacentini», neppure l’avrei notato. Perché l’ideologismo della politica al primo posto, impostosi per tutti gli anni Settanta, mi aveva raggiunto e preso in ostaggio. Continua la lettura di Fachinelli e/o Fortini? (1)→
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok